Italia-Polonia, confusione e soliti difetti

Solita Italia a Bologna: ritmo lento e poche occasioni. L’esordio contro la Polonia nella nuova Nations League ha più ombre che luci. La strada da fare è ancora tanta

di GIOVANNI DEL BIANCO

Da quel maledetto Italia-Svezia del 13 novembre 2017 sembra passato un secolo, e chissà, forse è passato davvero: nel mezzo abbiamo cambiato un commissario tecnico (anzi, due, se contiamo la parentesi Di Biagio), si è giocato un Mondiale, è passata tutta una stagione. Finita la quarantena, costituita da amichevoli più o meno utili, si è tornati a giocare una partita “seria” e si è respirata di nuovo una gara con la posta in palio.

L’esordio nella Nations League ha visto però una brutta Italia, riscattatasi solo negli ultimi 25 minuti di gioco: se al posto delle amichevoli si giocano ora sfide da tre punti, il piglio deve essere diverso, altrimenti non si vince nemmeno contro la Polonia in casa, anzi ti ritrovi a ringraziare Donnarumma (il migliore dei nostri) che ha compiuto due grosse parate e tirare un sospiro di sollievo per un rigore al 78’ che ha costituito il primo tiro in porta della partita.

I difetti sono i soliti: giocano calciatori che sono riserve nei loro club, ci sono poche idee in attacco (non si riesce più a vedere una conclusione come si deve: dai tiretti lenti lenti contro la Svezia a quelli fuori dallo specchio contro i polacchi), il regista gioca più rincorrendo gli avversari anziché creando in prima persona, il collettivo è in generale appannato e continuano a manifestarsi la difficoltà di risollevarsi nelle difficoltà. E mettiamoci pure il gol subìto con un’imbarazzante fase di disimpegno (doppio errore nell’occasione: la palla persa da Jorginho e la libertà lasciata a Zieliński, che ha segnato tutto solo). Un cocktail di fattori che alla fine ci fa quasi dire, che con il pareggio, “è andata bene”.

Bernardeschi ha creato qualcosina, senza però inquadrare la porta (ha perso anche dei palloni da mani nei capelli), Balotelli ha mestamente passeggiato a testa bassa, Insigne ha combinato poco. Per rimettere in piedi la partita è servito dunque un lampo di Federico Chiesa, il miglior giovane del calcio italiano, il vero elemento da cui bisogna ripartire e attorno al quale costruire il futuro. È lui che si è procurato il rigore dell’1-1, poi trasformato da Jorginho. Rigore che, detto en passant, è stato il primo tiro in porta degli Azzurri. E allora viene da chiedersi: perché non far giocare l’attaccante della Fiorentina, visto che da un anno si chiede di voltare pagina e di dar spazio ai giovani? Chiesa ha ventuno anni: in una dimensione europea, quella che dovrebbe appartenerci, ventuno anni sono più che sufficienti per essere titolari anche in nazionale. La sua colpa è far parte di una nazione in cui sei giovane fino a 28 anni.

Purtroppo Italia-Polonia sottolinea un aspetto statistico che forse ci sta abituando alla mediocrità: delle ultime otto gare giocate, l’Italia ne ha vinta solo una, per altro uno striminzito 2-1 contro l’Arabia Saudita. Ecco il filotto: Svezia 0-1, Svezia 0-0, Argentina 0-2, Inghilterra 1-1, Arabia Saudita 2-1, Francia 1-3, Olanda 1-1, Polonia 1-1. E ora ci attende la sfida in terra portoghese, che si profila più ardua di questa.

Nella Nations League i casi sono tre: o passi il turno, o stai nel mezzo, o retrocedi. L’Italia vista questa sera dovrà lottare per non scendere di categoria. Di certo, non ha vinto la gara sulla carta più agevole: quella in casa contro l’avversaria più debole.

Giovanni Del Bianco
@g_delbianco